VisoSe questo aggettivo avesse ancora un significato autentico, a Saverio Di Spirito potrebbe calzare bene la definizione di post-modern. Non tanto per i suoi lavori, che si avvicinano a tutt’altra tradizione pittorica - a dire il vero antitetica - quanto, piuttosto, per come si propone egli stesso al pubblico.

Questo artista e grafico lombardo (Varese, 1963), si presenta come un ridente e soave interprete di quella miscellanea indistinta che in pittura - ma non solo - gioca sul doppio codice di lettura, coniuga cultura “alta” e cultura “bassa”, fumetto e jazz, primitivismo e accademia, disimpegno e tradizione. E che va, appunto, sotto la dizione di postmoderno.

Di Spirito si sentirà senz’altro post-modern nell’animo, ma sulla tela appare marcatamente vicino a modelli espressivi informali, lontani anni luce da quel recupero della figurazione che costituisce il proprium del postmoderno nelle arti visive (si pensi solo all’esperienza della transavanguardia italiana).

Divertente e divertito, Di Spirito predilige l’esecuzione di lavori grandi, a parete, impattanti, non descrittivi, ma coreografici quel tanto che basta a renderli adatti a una comunicazione immediata che lui vuole forte, delirante e istintiva.

Spesso le grandi dimensioni delle tele vanno di pari passo con la verve della mano che le riempie. E c’è generosità d’animo dietro una esuberanza espressiva che si nutre, anche, di colori squillanti e di materiali pittorici inusuali. L’artista lombardo alterna una vena improvvisativa basata sulla dinamica gestuale ad un astrattismo meno rabbioso e più meditato, dove il gusto del dipingere occupa comunque un ruolo di primo piano.